Ospitalità a Beppe Grillo
"Il Pd sta sbagliando tutto con Grillo. Ma soprattutto sbagliano a non volerlo iscrivere al partito." dice Antonio Di Pietro.
Meglio se politicamente scorretto.
"Il Pd sta sbagliando tutto con Grillo. Ma soprattutto sbagliano a non volerlo iscrivere al partito." dice Antonio Di Pietro.
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"Come ridare decoro alle istituzioni?" chiede innocentemente Repubblica. Nella selva di possibili risposte preconfezionate manca l'unica che garantirebbe il successo: un bel ricambio dentro Repubblica.
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Che dalle parti del TG3, organo televisivo storicamente subappaltato al PCI (comunque lo si voglia chiamare oggi), non amino la Santa Sede e tutto ciò che la riguarda - tranne quando alza il ditino contro Berlusconi, ovviamente - è cosa ben nota.
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Com'era prevedibile, Marco Travaglio trova "divertente" l'auto-candidatura di Beppe Grillo alla guida del Partito Democratico. Si dice annoiato dai candidati attuali, l'avvento del comico genovese invece porterebbe quella "ventata di allegria necessaria in una manifestazione di questo genere".
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Wikipedia riporta che Stefano Rodotà (foto) è stato dal 1997 al 2005 "Presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali", ricoprendo contemporaneamente dal 1998 al 2002 la carica di "Presidente del Gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell'Unione Europea". Nomi altosonanti, tipici delle istituzioni inutili. Ma non per questo da ignorare o dimenticare.
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Tra Berlinguer e me, il vuoto. Questo è il succo del grillo-pensiero, non che sia una primizia, beninteso.
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Eh, non hanno fatto a tempo a dire che Ignazio Marino (foto), il "terzo uomo" del Pd, è bravo, bello, medico, sopra le parti, speranza del futuro che eccolo là!, si infila con tutte le scarpe nel più becero opportunismo mediatico-giustizialista nel fare la morale ai pezzi del proprio partito, dove ora - chiaramente - volano gli stracci.
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«Meglio di così forse non poteva andare. E non c’è italiano che, per come si era messa nelle settimane scorse, non debba oggi sentirsi sollevato. Di più: fiero della prova di orgoglio e professionalità fornita, tutti insieme, all’Aquila. E questo al di là di ogni opinione: come disse anni fa Giuliano Amato denunciando i rischi di esporre il nostro Paese ai ceffoni internazionali in nome della polemica politica intestina anti-berlusconiana, "guai se cominciano a trattarci come un materasso su cui saltare, perché in quel materasso ci siamo anche noi". Tutti.»
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Dal punto di vista della comunicazione, l’idea di far svolgere il G8 tra le macerie del terremoto dell’Aquila e non sull’isola de La Maddalena è stata di forte impatto, non solo emotivo. Una sfida vinta, bisogna ammetterlo. Le immagini di Barack Obama e di Silvio Berlusconi stretti in silenzio davanti al Palazzo di governo dell’Aquila completamente distrutto hanno fatto il giro del mondo assumendo una forza espressiva degna dei grandi eventi mediatici. Così come la visita del cancelliere tedesco Angela Merkel al paesino di Onna o la commozione di Michelle Obama davanti alla Casa dello studente o la passeggiata delle first lady, munite di caschetto della Protezione civile, in mezzo alle macerie, o le numerose strette di mano ai Vigili del fuoco o lo striscione con la scritta «Yes, we camp» o gli sguardi «indiscreti» dei leader sono immagini che vanno oltre la pura cronaca e si ergono a testimonianze capaci di rivelare qualcosa di sconosciuto, e raccontare qualcosa di più su noi stessi e sul mondo.
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Non accenna a scemare l'amore sviscerato della stampa italiana nei confronti di Carla Bruni. Dal Corriere, a Repubblica, a La Stampa le prime pagine paiono tutte per lei; lei che si vergogna di essere italiana, lei che è amica dei terroristi rossi fuggiti in Francia (i "reduci", come li chiama Repubblica), lei che è l'incarnazione dello snobismo e del velinismo, seppur con un qualche stile. Lei che ha schifato il G8 per due giorni su tre facendosi un programma tutto suo, ché le altre "first ladies" forse erano troppo "rischiose", Michelle Obama in testa.
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Eh, quanno ce vo' ce vo', si dice a Roma. Non è mia abitudine cantare "meno male che Silvio c'è", i miei obiettivi sono dall'altra parte del fiume; ma stavolta non posso che lasciarmi andare ad un moto di sincera gratitudine verso quest'uomo che ha dimostrato di che pasta è fatto un italiano con le palle.
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Il G8+ de L'Aquila è finito. L'Italia ha dimostrato al mondo di cosa è capace, al di là degli stereotipi tanto cari ai giornalisti di tutto il pianeta. Tutto il castello di veleni pazientemente costruito nei mesi precedenti dai nemici dell'Italia (da fuori e soprattutto da dentro i suoi confini) è crollato dieci minuti dopo l'inizio del vertice. Non si sa più dove stipare le congratulazioni ed i complimenti per un summit che, al di là delle considerazioni politiche e strategiche sulla sua natura ed utilità, viene unanimemente definito come quello meglio riuscito nella storia.
E non solo dal punto di vista dell'organizzazione, che come Berlusconi ci ha già insegnato in passato non poteva che essere perfetta, ma anche e soprattutto da quello dei contenuti e dei risultati conseguiti; è unanime, tra gli analisti ed i cronisti, il riconoscimento sulla concretezza degli impegni presi e dei documenti risultanti, cosa mai successa nei summit precedenti. Perfino quella che, da più parti, viene definita come l'unica nota negativa, e cioè la questione ambientale e la sua sostanziale non riuscita nel G8 italiano, deve in realtà essere vista come un forte segnale di concretezza: in un mondo sferzato da enormi problemi reali, le speculazioni ecologiste non trovano spazio e, giustamente, vengono relegate in fumose dichiarazioni che hanno dell'assurdo, come quella del "contenimento entro due gradi" dell'aumento di temperatura globale, come se fosse sotto il controllo di un gruppo di uomini, per quanto "grandi".
La stampa nazionale ed internazionale è stata brutalmente zittita nei suoi sedicenti "scoop", nelle sue ironie fuori dal tempo, nelle sue storie fasulle e frutto di copia/incolla incrociati e coplevoli, tutti originati dal fortino di Largo Fochetti; ora, i quotidiani faranno a gara di scaricabarile e di gioco delle tre carte, nascondendosi dietro i soliti cliché della libertà di stampa e di espressione, cercando unicamente di coprire i propri madornali errori.
E l'opposizione? Dopo il "blitz" di Veltroni che, ieri, ha approfittato del palcoscenico giottino per farsi la sua passeggiata a braccetto con i suoi beniamini attori hollywoodiani, rimane poco di più. Sicuramente non si aprirà quella fase di riflessione, di presa di responsabilità per l'aver contribuito ad infangare l'immagine dell'intero paese per piccoli interessi di bottega, non è nel loro stile: per questi signori qualsivoglia abisso abbiano toccato solo dieci minuti prima semplicemente non è mai esistito.
Ma ora la strada del Pd, dell'IdV e degli altri gregari che finora si sono esercitati nella nobile arte dell'antiberlusconismo è in ripidissima salita: essi devono ora affrontare i propri mostri, e devono farlo da soli: non ci saranno più i Guardian, i New York Times, gli El Paìs. Agli "autorevoli quotidiani" esteri non frega nulla del congresso del Partito Democratico, è una patata bollente che dovranno sbucciarsi in solitaria, nel buio dell'abisso che si sono scavati con le loro stesse mani.
E lo sfolgorante, totale successo anche personale, oltre che nazionale, di Silvio Berlusconi appare ora come una pesantissima pietra tombale sulle già scarse speranze di rinascita di un centrosinistra senza più forza politica.
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Siamo al parossismo, al ridicolo. Il regime iraniano che si permette di ammonire l'Italia sulla libertà di manifestare pubblicamente! E' come se Cuba ci desse ordini su come trattare i clandestini, o se la Corea del Nord di "consigliasse" sulle strategie delle alleanze internazionali. O come se Di Pietro tenesse sermoni sulla democrazia.
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Svezia. Modello di stato socialista, efficiente, pulito, etico. Forse una volta. Oggi è un campo di battaglia, terreno di conquista di stupratori e rapinatori e assassini nordafricani, protetti da leggi politicamente corrette e foraggiati da un welfare system che attira e coccola qualsiasi essere umano provenga da fuori i confini.
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Per una visione di ampio respiro che mostri le ragioni degli eventi cui stiamo assistendo, per capire quali siano le vere forze in campo nel conflitto globale tra "destre e sinistre", leggiamo attentamente quanto scrive Oggettivista.
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Con tutti i gravissimi problemi che affliggono il pianeta (la crisi, l'Iran, la Corea del Nord, l'energia, la Russia, l'Africa) si butta via letteralemnte il tempo nel ratificare ridicoli accordi come quello sui "cambiamenti climatici". Stabilire un "limite di due gradi per il riscaldamento globale" è come decidere di abbassare il livello del mare con un mestolo: è la dimostrazione che in sessioni come il G8 è necessario, in omaggio al politicamente corretto, dare spazio e supporto a tutto e tutti, compresi gli inutili ambientalisti, primi responsabili di buona parte delle miserie di questo mondo.
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Ora sta esagerando. Nessuno s'è premurato di avvertire il "redneck" de noantri che lo sputtanamento a mezzo stampa estera è un sistema che non funziona, e il genio l'ha adottato col suo classico stile da elefante ubriaco in una cristalleria: ha acquistato - con i soldi pubblici, non ne ha altri a meno che non venda il trattore di famiglia - un'intera paginona sull'International Herald Tribune dove, oltre ad averci sbattuto il suo faccione preoccupato, lancia le sue solite farneticazioni sulla "democrazia in pericolo". In (quasi) perfetto inglese.
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12:37 PM
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