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martedì, marzo 02, 2010

Ecoassassini

Spaventati dalle catastrofistiche previsioni di apocalittici cambiamenti climatici, e forse spinti nell'abisso dal devastante (questo si) terremoto in Cile, una coppia di genitori argentini hanno preso a fucilate i propri figli e poi si è suicidata. La figlia più piccola, solo sette mesi, è sopravvissuta per tre giorni nel sangue suo e dei suoi familiari prima di morire, senza che nessuno se ne accorgesse.
Fuori di testa i due adulti, senza alcun dubbio: ma proprio perché folli, la responsabilità piena per quest'atrocità ricade sulle coscienze (ove presenti) di Al Gore e giù giù fino all'ultimo poveraccio seguace delle ecobufale. Loro hanno ucciso quella gente, con le loro menzogne ed i milioni che fanno con ognuna di esse. Che Dio li maledica.

mercoledì, febbraio 10, 2010

La grande bugia dell'oppressione israeliana contro i cittadini arabi

Un sondaggio, si sa, vale più di mille parole. Soprattutto se il sondaggista è ritenuto "serio" e se le parole sono spesso al vento.
Il Pew Research Center ha chiesto in giro per il mondo islamico quanto gli ebrei (non Israele, gli ebrei) stiano "antipatici", per usare un eufemismo; beh, si viaggia su numeri quasi a tre cifre, si va dal 95% dell'Egitto al 98% del Libano. Rimanendo in stati islamici ma fuori dal mondo arabo, si va dal 60% dei nigeriani al 78% dei pachistani.
Ma la "scoperta" viene proprio da Israele: gli arabi israeliani sono i musulmani che meno odiano gli ebrei, infatti solo il 35% si dichiara ostile, mentre ben il 56% ne da un giudizio positivo. Il che significa semplicemente che quanto si va cianciando in giro sul "regime oppressivo" cui sarebbero sottoposti gli arabi israeliani non corrisponde a realtà e configura l'ennesima azione di propaganda antisemita.

Fonte: InformazioneCorretta.com

venerdì, dicembre 11, 2009

Distinzioni e differenze


C'era da aspettarselo. All'indomani della consegna del Nobel per la pace a Barack Obama, nella stampa "liberal" (chiamiamola così) di tutto il mondo è un generalizzato arrampicarsi sugli specchi nel vano tentativo di spiegare l'inspiegabile; come sia possibile, cioè, che un'icona del buonismo progressista come il neopresidente americano possa contemporaneamente essere incensato da un premio "preventivo" nello stesso giorno in cui manda decine di migliaia di soldati ed equipaggiamenti da guerra in Afghanistan. E, soprattutto, come sia possibile che ciò sia sostanzialmente diverso da quanto fece Bush all'indomani dell'Undici Settembre e negli difficili anni a seguire.
Perché - make no mistake - è sostanzialmente diverso, deve esserlo, per definizione. Quindi ne consegue il florilegio di analisi, interpretazioni ed - appunto - arrampicamenti sugli specchi degli editorialisti "de sinistra", tra i quali scegliamo l'ineffabile Vittorio Zucconi dall'immancabile Repubblica, vero passatempo per gli appassionati del settore.
Apprendiamo così della "riluttanza" con la quale il "soldato Obama" ha risposto alla chiamata dello Zio Sam, il travaglio interiore ed il dramma dell'uomo nel momento in cui ha dovuto anteporre la tradizione democrat americana (l'interventismo militare) alle scintillanti notti della campagna elettorale; sì, perché lui - Obama - non voleva di certo passare per guerrafondaio (sai, centomila soldati non sono proprio bruscolini), ma perdiana! s'è trovato con le mani legate. E giù di analisi sul "pacifismo vs. pacificità", concetti "distinti e non differenti", che pare di sentir parlare Veltroni mentre fa il verso a Bertinotti. E poi Churchill, Truman, la Corea, il Vietnam. La Storia.
Già, la Storia. A scorrere il pindarico pezzo di Zucconi, però, ne manca un pezzo non secondario: l'Undici Settembre è artatamente nominato solo di striscio: di fatto, si passa d'un colpo da Wilson all'Iraq post-Bush in un tripudio di "necessaria pacificità non-pacifista" nel quale le tremila e passa vittime innocenti del più atroce attentato terroristico mai perpretato paiono essere sono solo "la scusa" usata dall'ONU per avallare l'invasione dell'Afghanistan (e per questo considerata giusta), ma smettono di colpo di esserlo quando il lavoro va continuato nell'Iraq di Saddam Hussein e magari oltre.
Nuovamente, make no mistake: gli errori (appunto) commessi dall'amministrazione Bush e dai vertici militari statunitensi nella gestione del "dopoguerra" in Iraq (ed in parte in Afghanistan) sono incontrovertibili, ma non sono in discussione in questo frangente: qui non si sta discutendo di tattiche militari, ma di motivazioni politiche, etiche, ideologiche, perfino religiose che si trovano a monte di quelle tattiche. E chiunque dotato del minimo sindacale di onestà intellettuale non può negare che Barack Obama, al posto di Bush, il 12 settembre 2001 si sarebbe comportato come e più duramente del suo predecessore. E' la Storia a dimostrarlo, quella dei presidenti democratici del '900: sono loro ad aver iniziato tutte le guerre che hanno visto coinvolti gli Stati Uniti, guerre che sono state chiuse sempre da presidenti repubblicani. Con l'eccezione di George W. Bush, ovviamente, a seguito dell'eccezione rappresentata dall'Undici Settembre: questa guerra non è come le precedenti, non esistono eserciti, linee di fronte e nazioni contrapposte. Qui Obama che si ritrova la "pappa pronta" e buona parte del lavoro già fatto con al Qaeda smembrata da una guerra asimmetrica ormai padroneggiata nei suoi fondamentali, con un dittatore in meno del quale preoccuparsi, con l'Iran isolato dal resto del mondo, il tutto portato avanti nonostante l'ostilità europea ed il pesantissimo tributo in termini di vite americane. Ad Obama tocca ora l'exit strategy dopo il colpo di grazia, altro che "pacifico non-pacifista".
In tutto ciò assorda il silenzio della UE che, mancando di una politica comune in materia di difesa, ha seguito od osteggiato gli USA in ordine sparso, seguendo la pancia e gli istinti dei rispettivi colori di governo; il tutto comodamente appollaiati sotto l'ombrello protettivo che proprio gli USA continuano, nonostante tutto, a garantire all'intero pianeta. A prescindere dal colore del suo presidente.

(Immagine tratta da theliberaldemocrat.com)

giovedì, dicembre 10, 2009

Scelte


Eh, l'aveva detto anche Bush...

Il goal della bandiera

Silvio Berlusconi ha sfruttato il palco europeo per segnare un punticino a favore suo e del Paese nello sporco gioco allo sputtanamento internazionale dell'Italia.
Com'era facile aspettarsi, le reazioni sono state immediate ed unanimi, a cominciare dal traditore Fini: inaudito e gravissimo attacco alle istituzioni democratiche nazionali perpretato in faccia al mondo intero.
Eh, come sono lontani i giorni dei paginoni esteri acquistati con i soldi pubblici da Di Pietro per spiegare come l'Italia fosse messa peggio della Corea del Nord.

venerdì, luglio 10, 2009

Iran: "Attenti ai diritti"

Siamo al parossismo, al ridicolo. Il regime iraniano che si permette di ammonire l'Italia sulla libertà di manifestare pubblicamente! E' come se Cuba ci desse ordini su come trattare i clandestini, o se la Corea del Nord di "consigliasse" sulle strategie delle alleanze internazionali. O come se Di Pietro tenesse sermoni sulla democrazia.

Ma il Guardian potrà fare il suo nuovo editoriale preoccupato sul regime berlusconiano, per lo meno.

mercoledì, giugno 10, 2009

Dittatori e dittatori

Siamo tutti d'accordo, Gheddafi è un delinquente, un dittatore e quello che tirava i missili sulle nostre isole prima di beccarsi un Maverick nella camera da letto: ma l'accordo che permette oggi di salvare migliaia di vite tra i disperati deportati dai contrabbandieri di esseri umani è in essere proprio con la Libia, e con la Libia l'Italia ha oggi rapporti economici strategici per sopperire alla sciagurata scelta di auto-escluderci dal nucleare.
Non è per far dietrologia o facile polemica, ma se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema e al posto di Gheddafi ci fosse Castro la sinistra non blatererebbe come sta facendo oggi (ovviamente lo farebbe la destra). La realtà, è che ai "progressisti" italiani alle vongole, che fanno il verso a quelli dell'ONU, non è andato giù lo strepitoso successo dei "respingimenti", tanto più che fu un'idea di Prodi che poi, com'è noto, non ebbe il coraggio di applicare. Per la cronaca, l'accordo prevede che le procedure di identificazione e di separazione di chi ha titolo da chi non lo ha a richiedere asilo vengano espletate direttamente alle frontiere sud della Libia, prima che quei disgraziati cadano nelle mani dei negrieri che ne uccidono a migliaia. Ma questo all'ONU, al resto dell'Europa e, ovviamente, alle sinistre non sta bene, dal momento che a tutti questi signori ha sempre fatto estremamente comodo, per un motivo o per l'altro, avere un'Italia ricettacolo e filtro di tutti i flussi di clandestini provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente.
Quindi, in questo frangente lasciamo perdere i dittatori e le dittature - che a sinistra non hanno titolo per parlarne da farisei - e concentriamoci sulle cose che contano veramente per l'Italia e per chi in Italia vuol arrivare da immigrato e non da clandestino.

sabato, giugno 06, 2009

Il pericolo Obama

Nonostante la vulgata nostrana pensi il contrario, le amministrazioni americane "democratiche" sono tutto meno che garanzia di maggiore stabilità internazionale o, per dirla col linguaggio semplice accessibile a tutti, di "pace". La Storia è là a dimostrarlo, per chi si prende la briga di studiarla anche solo superficialmente: tutti i conflitti nei quali gli Stati Uniti sono stati coinvolti dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l'unica eccezione rappresentata dalla War on Terror, sono stati iniziati da amministrazioni democratiche e conclusi da amministrazioni repubblicane.

Le ragioni sono molteplici, ma una è ben individuabile nella natura stessa della politica estera "democrat": appeasement, dialogo ad ogni costo, multilateralità spinta, coinvolgimento degli "stati canaglia" nei processi decisionali globali, aperto contrasto politico ed economico con l'Europa (e a volte con Israele), posizioni generalmente ondivaghe e non prevedibili. La diretta conseguenza di questo comportamento - mai mutato nei decenni - è il rianimarsi delle potenze ostili agli USA in particolare e all'Occidente in generale: Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Iran, Siria, Hamas.
Ad un primo momento di euforia pacifista durante il quale sembri che le aperture americane favoriscano un dialogo ampio e foriero di minori tensioni, si giunge ben presto ad una crisi durissima causata dalla sensazione di debolezza ed accondiscendenza che l'Amministrazione coniuga con quella endemica dell'ONU e con la farraginosità della Nato, creando un minestrone esplosivo che, puntualmente, esplode.
Al che viene avanti l'ultima caratteristica dei governi democratici americani: l'interventismo militare. E viene tirato fuori a forza da crisi ormai in stato avanzato che richiedono una discesa in campo in forze che preludono a guerre lunghe e sanguinose, con tutto ciò che ne consegue.
E' il disastro quasi annunciato che il mondo ha davanti nel perdurare dell'incertezza obamiana nello scacchiere mediorientale: già Siria ed Iran stanno stringendo patti d'acciaio che vanno ben oltre la cooperazione bilaterale in campo economico ed energetico; la Corea del Nord sta approfittando della debolezza americana per mostrare i muscoli, l'Afghanistan sta ricadendo nelle mani dei tabelani e l'Iraq appena ricostruito è pericolosamente nel mezzo, esposto a tutto.
Con l'Inghilterra tutta presa dalla crisi economica e di governo, con l'Europa che mai come adesso non ha una voce comune in politica estera e di difesa, con la Russia che muove le sue pedine sul versante del gas mentre continua imperterrita a far fuori i suoi dissidenti in giro per il mondo, con gli stati canaglia sudamericani che sodalizzano ed alzano la cresta e la Cina che sta a guardare aspettando il momento giusto per riprendersi le sue "province", l'ultima cosa della quale il mondo ha bisogno è di un mezzo presidente USA più attento a piazzare nei posti di potere i suoi finanziatori che a difendere il suo Paese - ed il resto del mondo libero - come il suo tanto biasimato - ed ora già da molti rimpianto - predecessore non ha smesso di fare per un singolo giorno del suo difficile mandato.
Ma questo mandato è molto, molto più difficile ed il simbolo mondiale della libertà rischia, ancora una volta, di diventare sinonimo di guerra e morte a causa dell'ignavia e dell'inadeguatezza del suo leader.

[Immagine da: www.falcemartello.cjb.net]

venerdì, giugno 05, 2009

Meno uno

Manca un solo giorno alle elezioni e il travaso di bile del Pd e dei suoi compagni di merende italiani ed esteri è al suo culmine. La disperazione gioca brutti scherzi e stavolta l'hanno fatta veramente grossa: pagare un paparazzo per scattare fotografie all'interno di un'abitazione privata per poi sbatterle online (dall'estero) il giorno prima delle elezioni non è scorretto, è semplicemente demenziale.

Ma davvero questa gente pensa che gli elettori si scandalizzino di un paio di tette rubate in casa d'altri? Qualcuno dica a Franceschini ed ai suoi lacché spagnoli che qui, in Italia, impera il Grande Fratello, trasmissione davanti alla quale decine di milioni di spettatori sbavanti aspettano solo l'inchiappettata in diretta, e lo fanno da anni: credono davvero che sia questa la strada da seguire per evitare di finire nella fogna della politica, dopo essere già ampiamente finiti nei suo cesso?
Proprio loro, gli adoratori della "privacy" e dei "diritti": piccoli, luridi, schifosi, patetici vermi, ora staremo a vedere se qualcuno si alzerà ad invocare l'intervento di qualche Garante tra i millemila che si sono inventati negli anni o se, com'è più probabile, invocheranno un sacrosanto "diritto allo sputtanamento" visto che gli sputtanati non sono loro.
Ora, comunque, la caccia è aperta: che nessuno di loro pensi di calarsi le braghe per sedersi sul cesso e cagare, Il Giornale e il TG4 hanno sguinzagliato un esercito di volontari dotati di teleobiettivi puntati sulle finestre di tutti i cessi progressisti.
Non vediamo l'ora di ammirare il loro buco del culo, hai visto mai che guadagnino qualche punticino nei sondaggi.

giovedì, giugno 04, 2009

L'uomo buono dalla memoria corta

"Riconciliazione dopo le tensioni dell'era Bush". "Rispetto e cooperazione". "La forza del dialogo". "Fermezza verso Israele".

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulle posizioni filo-islamiste, terzomondiste e visceralmente antioccidentali di Barack Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti d'America, ora può dormire sonni tranquilli. L'era Bush è veramente finita, l'Undici Settembre forse non è mai accaduto, i palestinesi sono le uniche vittime dell'Occidente imperialista e decadente.
Brutte, pessime notizie per questo pianeta. Non che non l'avessimo detto.

Vilipendio alla Nazione

Solo pochi giorni dopo le mie incazzature qui, qui e qui il ministro degli Esteri Franco Frattini si trova sulle medesime posizioni, confermando parola per parola quanto ho denunciato.

«La sinistra, che non ha nè identità, nè cuore, nè anima, gioca denigrando e irridendo l'immagine dell'Italia nel mondo. Questo è inaccettabile.
Si pubblicano articoli in Italia, vengono tradotti in inglese e inviati nelle redazioni di Londra e Bruxelles, e quindi ripubblicati in Italia creando una rete promossa da italiani nemici dell'Italia nel mondo, una rete di stampa internazionale ostile al governo di Roma.»
"La sinistra" citata dal ministro ha nomi e cognomi: Giuseppe D'Avanzo, Ezio Mauro, Dario Franceschini, Massimo D'Alema, Fiorenza Sarzanini, Ferruccio De Bortoli, Marco Travaglio, Giovanna Casadio, Michele Santoro e tutti gli altri responsabili in prima persona del reato di vilipendio alla nazione, punibile con ammenda fino a 5000 Euro. Purtroppo buona parte del Codice Rocco è stato abolito nel febbraio 2006, altrimenti la punizione sarebbe stata fino a tre anni di carcere. Per non sbagliare, una ripassatina di olio di ricino la prescriverei comunque molto volentieri, chissà che a lorsignori non passi la voglia di scherzare.

giovedì, maggio 28, 2009

Italy isn't a "Repubblica"

It's time to write down some words in English, since you foreign newspaper employees and reporters don't understand Italian at all. I'm sure about that, since the only news you're pulling out from Italy are those copied and pasted from the Repubblica web site, the only italian newspaper (along with the infamous Beppe Grillo's blog) that translate its junk in a language suitable to you.

You have to be aware that Repubblica isn't a real window over the italian country and people: is a political arm driven by restless enemies of the italian Government and people, and its journalists and columnists are only workers paid by Carlo De Benedetti, one of the worst and strongest Berlusconi's enemy since its defeat in the SME affair. Repubblica and Beppe Grillo translate in English their political actions in order to gain foreign support from newspaper and politicians not aware neither of the italian history and culture nor of its language. They count on you: they take back every word you write back about Italy and use them as a proof of their honesty and authority, using you as a remote controlled echo machine.
In Italy, the left parties are dead. The History and the parties itself killed them. People don't trust them anymore, event the Fiat workers now sopport Berlusconi's PdL party, the only able to rebuild this country after six decades of non-govern. Repubblica (and the Democratic party behind it) is trying to distract italians (and you) pushing a blonde teen into the Berlusconi's bed after pulling its wife out of it: page two of the Little Stalinist How-To Manual.
So, please: learn yourself the Italian language and begin to read other news sources than Rapubblica and Beppe Grillo's blog. You'll be surprised.

mercoledì, maggio 27, 2009

Quattro veli di bile

Puntuale come la morte arriva l'ormai canonico editoriale inglese ammazzasette, ennesima replica dell'ormai mitico "unfit" col quale l'Economist bollò Berlusconi prima delle elezioni 2001. Leggendo il pezzo, stavolta propinato dal Financial Times, nessuna sorpresa: il solito decotto di luoghi comuni, falsità e leggende metropolitane preso di sana pianta da Micromega o L'Unità o Repubblica e spiattellato per il diletto dei pochi giapponesi che ancora non hanno capito un'acca di cosa stia succedendo.

Bontà sua, l'anonimo pennivendolo d'oltremanica concede che Berlusconi non è Mussolini e che l'Italia non sia già in un secondo Ventennio; ma poi si riprende subito, e precisa che la differenza sta nel fatto che Mussolini aveva al suo comando squadracce di camicie nere, Berlusconi ne ha di vallette.
Tra un'amenità ed una pretesa di analisi politicoide, lo scribacchino conclude affermando che no, non è "fascismo" (è fissato, poverino...), ma è un "pericolo" ed un "esempio maligno" per tutti.
Il poveretto, evidentemente, non vive in Inghilterra, dove farebbe bene a rivolgere il suo scandalizzato e spaventatissimo sguardo. Una nazione già finita nel baratro dell'autoannullamento identitario e culturale, che s'è calata braghe e mutande e s'è messa a 90° di fronte a tutti gli imam di passaggio, retta da una classe politica corrotta che fa da contraltare ad una casata reale ridicola e totalmente fuori dal mondo; una nazione che è alla radice della quasi totalità delle guerre e dei genocidi attualmente in corso, il cui colonialismo misto a menefreghismo gettarono le basi per l'infinito conflitto mediorientale; una nazione la cui economia è ridotta ad un lumicino, molto molto molto più fioco di quello italiano, ma tenuto su a suon di fanfare, cioccolata alla menta e pretesa di superiorità sui "terroni" europei. Nebbia sulla Manica, continente isolato.
Non ha alcun diritto, quel giornale, di emettere giudizi copiaincollati da Repubblica a pochi giorni dalle elezioni: ma lo fa, ed entra così trionfalmente nel gotha dell'Autorevole Carta Igienica di Qualità, cosa della quale - è noto - c'è sempre bisogno.

sabato, maggio 09, 2009

Silvio superstar

Ormai non è più un fenomeno solo italiano: ormai la sinistra nostrana e le sue armate mediatiche hanno spinto Berlusconi verso la conquista del mondo intero. E con gli USA in declino e la Cina che non decolla, non è detto che non riesca.

Primo passo? La Finlandia.

sabato, gennaio 17, 2009

Lucia Annunziata la markettara

Il finale lo conosciamo ormai tutti: Lucia Annunziata, ex presidentessa della RAI, ora conduttrice della trasmissione (sempre RAI) "In 1/2 Ora", finita più volte nel mirino dei garanti e delle autorità per le ripetute violazioni della "par condicio" durante le campagne elettorali passate, e protagonista di un increscioso episodio quando Berlusconi - presidente del Consiglio - abbandonò polemicamente la sua trasmissione, ebbene proprio lei, ospite di Santoro a Annozero, s'è tolta con tutta probabilità un sassolino dalla scarpa ed ha fatto notare al raìs in studio che anche la sua conduzione, "al 99,9% schierata a favore della Palestina", non è che poi fosse tanto obiettiva. E parlava da esperta (anche se avrebbe dovuto dire "schierata a favore di Hamas", ma fa nulla, semplifichiamo). Dopo pochi secondi, si alza, si toglie il microfono e replica la scena di Berlusconi andandosene via (lui era però meno arrabbiato).

Bene. Se si scorrono le cronache sui quotidiani e su Internet, l'idea che ci si fa è che la Annunziata fosse talmente schifata dalla parzialità di Santoro e del conseguente taglio filo-palestinese dato alla sua trasmissione, da non aver potuto sopportare oltre ed aver dovuto alzarsi ed andarsene.
E giù di critiche dalle anime belle (ad esempio Edmondo Berselli su Repubblica), che danno sostanzialmente della cretina alla Annunziata dicendo che "doveva sapere a cosa andava incontro, partecipando a Annozero", intendendo che non poteva certo aspettarsi tutto uno sventolìo di bandiere con la stella di David. Insomma, una imprudente e tutto sommato sempliciotta ragazza di campagna andata allo sbando nel mare della sua superficialità. Che, per di più ed orrore! - ha osato criticare il totem palestinese.

E invece no. Io non provo alcuna simpatia per Lucia Annunziata, che trovo odiosa e faziosa quasi come Santoro, ma stavolta devo prendere le sue difese ed invitare il lettore ad ascoltare bene cosa Santoro le dice e - soprattutto - cosa la Annunziata bofonchia mentre se ne va via.



E' evidente che la ragione dell'abbandono non è la faziosità della trasmissione in qualche modo per lei insopportabile, ma il fatto che Santoro le ha sostanzialmente dato della puttana, nel migliore dei casi della markettara. Certo: professionalmente parlando; ma il senso era inequivocabilmente quello.
Quindi, l'80% della stampa italiana (e buona parte della blogosfera -- ecco un esempio lampante) da ieri conta balle. Occhio a cosa si legge o si ascolta, quando c'è di mezzo Santoro (ed il suo amichetto Travaglio) ciò che sembra non è mai ciò che è. Mai.

giovedì, gennaio 15, 2009

D'Alemah e i suoi fratelli

D'Alema colpisce ancora, ed incassa i complimenti dei leader arabi. Facile, del resto: per lui è sufficiente continuare a fare quello che fa da sempre, lisciare il pelo ai fratelli col turbante da bravo nostalgico dei tempi che furono.

«Quella di Israele contro Gaza è una spedizione punitiva», aveva detto nei giorni scorsi l'ineffabile lìder Massimo; «la posizione dell'Italia è sbilanciata nel sostegno acritico ad Israele», ha puntualizzato oggi temendo di lasciarci senza la sua perla giornaliera.

«Gentile onorevole, ho il piacere di esprimerle a nome del Consiglio degli ambasciatori arabi in Italia pieno apprezzamento per le posizioni che Sua Eccellenza ha espresso e mantenuto sin dall’inizio dell’ultima gravissima crisi che ancora oggi insanguina la striscia di Gaza. [...] La misurata e lucida analisi dei fatti che Ella ha espresso nelle Sue recenti dichiarazioni riflettono purtroppo la drammatica situazione», è stata la risposta degli ambasciatori di numerosi stati arabi contenuta in una lettera finita nelle mani del Corriere della Sera. Che finisce - come riporta il giornale - con «stima» e «la più alta considerazione» a D’Alema per l’«infaticabile impegno » in favore «della pace possibile».
Certo, "pace possibile" a patto di cancellare Israele e tutti i suoi abitanti dalla faccia della terra, beninteso. Così com'è chiaramente scritto nello statuto di Hamas, senza bisogno di misurate e lucide analisi.

mercoledì, gennaio 14, 2009

I veri palestinesi sono moderati

Tralasciamo il «Morte agli ebrei» su alcune bandiere durante le manifestazioni di Bruxelles, Parigi o Madrid. Tralasciamo il sindacato italiano della Flaica-Cub che in «segno di protesta» contro l'operazione israeliana a Gaza fa un appello — avvenimento senza precedenti in Europa, da tre quarti di secolo — a «non comprare più nulla nei negozi appartenenti a membri della comunità ebraica». Non avrò la crudeltà di insistere sull'asse, a dir poco nauseabondo, che si forma quando la signora Buffet ( dirigente del partito comunista francese, n.d.t.), il signor Besançenot ( dirigente di un nuovo partito anticapitalista N.P.A, n.d.t.) e altri vengono raggiunti in testa di corteo dal faurissoniano ( Robert Faurisson, celebre negazionista, n.d.t.) Dieudonné ( attore comico francese, n.d.t.) o quando il suo degno compare, Jean-Marie Le Pen, si unisce al coro per paragonare la Striscia di Gaza a «un campo di concentramento».

Per un caso, proprio da Ramallah, capitale dell'Autorità palestinese, e poi da Sderot, la città israeliana alla frontiera di Gaza continuo bersaglio del fuoco dei razzi Qassam, scopro le immagini di simili manifestazioni di sostegno alla «causa palestinese». Proprio da questi due luoghi, vedo le folle di europei urlanti, vociferanti e scatenati: le immagini scorrono mentre sono in compagnia di persone la cui sola preoccupazione resta, malgrado le bombe, le sofferenze e i morti, quella di non perdere mai il filo della convivenza e del dialogo. Voglio dunque aggiungere alcune riflessioni a quelle già fatte nei giorni scorsi e che hanno dato vita, da parte degli internauti di Point, a una enorme serie di reazioni. Primo.

Che sollievo vedere i palestinesi veri, reali, anziché quelli immaginari che, in Francia, pensano di fare la resistenza prendendo di mira le sinagoghe! I primi, lo ripeto, si impongono di essere moderati e con ammirevole sangue freddo si sforzano di mantenere le chance della convivenza di domani; i secondi sono rabbiosi, più radicali dei radicali, pronti alla violenza, nelle strade di tutta Europa, fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese. I primi considerano e riflettono, sanno che niente in questa storia è tutto nero o tutto bianco, e conoscono la schiacciante responsabilità di Hamas nel disastro in cui sta precipitando il loro popolo. I secondi, come se la confusione non fosse già abbastanza, si bevono di gusto le enormi panzane della propaganda anti-israeliana e fanno dei teorici dell'attentato suicida e dello scudo umano, dei nuovi Che Guevara, di cui sfoggiano emblemi e simboli: anziché infondere calma, mettono in scena la politica del peggio, infiammando gli animi.

Secondo. Quale regressione, quale azzeramento del pensiero e dell'azione, da parte di costoro, che da lontano, ignorando i contorni del dramma, fomentano odio, quando invece si dovrebbe fare di tutto per andare nel senso della pace e della riconciliazione! La pace vuole due Stati che accettino di vivere l'uno accanto all'altro, e che comincino a dividersi la terra; la pace vuole, da entrambe le parti, la rinuncia all'estremismo, a posizioni radicali, ai luoghi comuni, e perfino ai sogni. La pace implica, per esempio, che Israele si ritiri dalla Cisgiordania così come si è ritirata dal Libano e da Gaza, ma implica l'esistenza di una parte palestinese che non tragga vantaggio dalla ritirata per trasformare, ogni volta, il territorio evacuato in una base per il lancio di missili sui civili. La pace deve passare per il cessate il fuoco, per la fine della guerra che sta facendo un insostenibile numero di vittime, soprattutto tra i bambini. Ma questa pace passa anche attraverso l'eliminazione politica di Hamas, cui poco o nulla importa delle vittime, e della pace — e che, non essendo stata capace di imporre la sharia al suo popolo, lo trascina sulla via del «martirio» e dell'inferno.

Terzo. Sono a Ramallah, dunque. A Sderot e a Ramallah. E vedendo da Sderot e da Ramallah questa mobilitazione contro un «olocausto», che nel momento in cui scrivo è di 888 morti, mi faccio una semplice domanda. Dov'erano i manifestanti quando si trattava di salvare, non gli 888, ma i 300.000 morti dei massacri programmati del Darfur? Perché non si sono visti nelle strade quando Putin radeva al suolo Grozny e trasformava decine di migliaia di ceceni in tiro al bersaglio? Perché hanno taciuto quando, tempo prima, e per anni, e stavolta nel cuore stesso dell'Europa, sono stati sterminati 200.000 bosniaci, il cui solo crimine era quello di essere nati musulmani? Per alcuni, i musulmani sono buoni solo quando sono in guerra con Israele. Meglio ancora: ecco i nuovi seguaci dell'antico «due pesi, due misure » che si preoccupano della sofferenza di un musulmano solo quando possono attribuirne la colpa agli ebrei. L'autore di questo articolo ha manifestato, in prima fila, per il Darfur, per la Cecenia e per la Bosnia. Si batte, da 40 anni, per un valido stato palestinese accanto a quello di Israele. Mi si permetterà di considerare questo doppio atteggiamento ripugnante e frivolo.

Bernard-Henri Lévy
14 gennaio 2009

Fonte: Il Corriere della Sera online

martedì, gennaio 13, 2009

Achtung: Juden!

Boicottare. Mettere all'indice. Israele. Sempre e comunque. Perché? Boh. Non ricordo. Ma un motivo ci sarà.
Parola del signor Silvano Leso, arzillo nazicomunista pensionato sessantenne, curatore del sito di un gruppuscolo di cattocomunisti piemontesi e molto arrabbiati contro Berlusconi, il capitalismo, gli USA ed, ovviamente, gli ebrei. E' lui, assieme ai suoi "kompagni" di lotta e di preghiera, che diffonde le Liste come un novello Schinlder ma al contrario; è lui che muove i primi passi per una nuova notte dei cristalli; è lui che fornisce i primi secchi di vernice gialla con la quale marchiare gli ebrei, cosa che a Roma è stata presa sul serio da un altro nazisindacato di base, la settimana scorsa.
Ma non ricorda perché lo fa. "Sarà stato per qualcosa di grave", dice "ma ora non ricordo". Ed in fondo, chissenefrega: se c'è da dargliele agli eBBrei, che forse c'è bisogno di un motivo?

lunedì, gennaio 05, 2009

D'Alema Quiz

  1. Domanda: se la reazione di Israele è sproporzionata, quale sarebbe una reazione proporzionata?
    Risposta: _____________________________
  2. Domanda: se non è nell'interesse di Israele far la guerra ad Hamas, cos'è nell'interesse di Israele?
    Risposta: _____________________________
Vediamo cosa scrive qui sopra l'insigne statista col baffetto.

mercoledì, novembre 05, 2008

Potevano, l'hanno fatto

Il martellante (e pateticamente scopiazzato) slogan "yes, we can!" è diventato "yes, we did it!", "si, l'abbiamo fatto!". Barack Hussein Obama ha stravinto le elezioni ed è diventato il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti, completando di fatto il percorso iniziato secoli fa dal repubblicano Abramo Lincoln e affrancando definitivamente i democrats dalla loro storia grondante sangue di schiavi.

Tutto bene, dunque? No. NO. L'unica cosa positiva è che Obama ha stravinto: una vittoria di misura sarebbe stata drammatica. Ma al di là di questo, è il buio più totale: le incognite sull'adeguatezza del personaggio al ruolo incredibilmente gravoso cui è stato destinato permangono tutte e, anzi, si acuiscono con lo scemare della musica rap e dei fuochi d'artificio che hanno illuminato la scorsa notte.
Il "change" professato in tutti questi mesi (anni) durerà molto di più: a meno che Obama non si circondi fin da subito di un certo numero di collaboratori repubblicani nel segno della continuità istituzionale (cosa che, peraltro, aveva promesso più volte), questa sorta di "interregno" dovuto alla necessità di sostituire praticamente tutti gli apparati di potere americani è destinata a durare, e come tutti gli interregni sarà un periodo di alta instabilità geopolitica, in cui tutti i galli faranno a gara a chi starnazza più forte. E non è che il mondo difetti di galli, ultimamente. Non sommiamoci poi sopra la crisi economica, che da grande alleata ora è la grande sfida del neo presidente e dei democrats.
L'impressione è che Obama sia troppo piccolo per il futuro che lo aspetta: vedremo se l'impressione si rivelerà sbagliata, ed il Cielo lo voglia. Vedremo se sotto lo strato di lustrini e ottima retorica c'è la stoffa di un leader con gli attributi. Il Cielo lo voglia.

Registriamo, intanto, e a malincuore, le scomposte reazioni nei tradizionali luoghi della politica da bar, Italia in testa. Da una parte, il prevedibile, povero, triste e patetico Veltroni che ci ricorda come il vento, già cambiato al di là dell'Atlantico, sta per cambiare anche al di qua (sic!); dall'altra, Beppe Grillo e Travaglio in piena estasi da "l'avevo detto io!" (ovviamente oggi), e giù con i vari Testa d'Asfalto & C.; Berlusconi che non aspetta neanche tre secondi dal concedes di McCain per ricordarci che è molto spiritoso e che, da bravo nonnetto settantaduenne, ha due o tre cosine da insegnare allo sbarbatello dell'Illinois (cosa, peraltro, molto probabilmente vera, ma un "buon lavoro Presidente!" era sufficiente); ci manca solo Franceschini che rivendica il ruolo del Pd nel trionfo dei neri d'America, e siamo a posto.